I magnifici dieci. Già, ma quali? I più belli, i
più bravi, gli emergenti o quelli di lungo corso ? Si fa presto
a dire i magnifici dieci della musica isolana. La musica tutta oppure
quella colta? O invece solo quella per gli under-trenta? Anche il
jazz? Insomma quale genere si vuole affrontare: folk, rock,
canzonette o rap in limba? Arduo compito. Se non citi qualcuno poi si
offende. Se li citi tutti, scateni infinite faide: << Ma chi io al
pari di quel cialtrone? >>. Difficile mondo quello della musica
isolana. Fatto di mille rivalità, cento permalosi, cinquanta
arroganti e pochi talenti. Dieci no, gli astri sono di più.
Ma andiamo per gradi. Iniziamo con una vecchia passione, il rock. La
prima citazione la merita una vecchia volpe del r'n'r'.Quando fece la
sua prima apparizione fu a un festival: lui era un giovane bassista,
la sua band i Masokotanga. Alberto Sanna aveva l'idee chiare ma
soprattutto la musica nel sangue. L'aveva studiata al conservatorio,
corteggiata in una saletta prove e nella sua stanza da letto. Alla
fine era uscito allo scoperto conquistandosi una larga fetta di
estimatori. Da allora sono passati circa dieci anni e Alberto Sanna
è sempre sulla cresta dell'onda. Ha cambiato mille gruppi e
cento nomi di battaglia. Fra i riccioli scuri e lunghi gli è
comparsa persino qualche ciocca bianca, ma resta il migliore. Il rock
lo suona perché sennò morirebbe.
Dei magnifici dieci è il primo: ha scritto un'infinità di bei brani, ha entusiasmato e fatto divertire migliaia di spettatori. Non è ancora diventato ricco né famoso, ma non ha neanche chiesto al padre di trovargli un impiego in banca. Dei duri e puri c'è lui e Nicola Macciò, in arte Joe Perrino. Nicola, arrogante e borioso, è un talento nato. Pare che Axel Roses si sia ispirato a lui per forgiare il suo personaggio. Si scherza. Ma vale la pena ricordare che quando Perrino iniziò a infuocare i palchi di mezza Italia i Gun's and Roses non esistevano. Il primo tour in giro per lo stivale Nicola e i suoi Mellowtones lo fece con una Panda 45 prestata da un giovane giornalista! Dentro c'era tutta la strumentazione, Nicola alla guida, Carlo Camerotta (chitarra) davanti perché aveva le gambe più lunghe di tutti. Dietro i bassottini del gruppo: Mario Loi (basso), Nello Argiolas (batteria) e Mariolo (organo). Quando sulle statali si intravedeva una pattuglia della stradale Mariolo veniva fatto sdraiare lungo il tappetino. Dall'emergenza nacque uno scherzo che venne più volte ripetuto: con la scusa che la pattuglia si lanciava all'inseguimento del Pandino il povero Mariolo veniva lasciato in quella posizione per chilometri. Alla fine, dopo un mese, riportarono la Panda in condizioni pietose.
Il gruppo conquistò un contratto discografico e una fama che
nessuna band sarda (Tazenda esclusi) è mai stata in grado di
eguagliare. Mariolo accusò un terribile mal di schiena che non
lo ha più abbandonato. I Mellowtones scomparirono con l'ondata
neopsichedelica, Nicola partì per l'Inghilterra per imparare il
mestiere. È tornato con qualche tatuaggio e tanta malizia in
più. Ora guida gli Elefante Bianco. Perché è il
numero due? Ha una grande voce, ha insegnato a una generazione di
rockers sardi come si sta sul palco. Ha regalato a tanti una stagione
indimenticabile. Il terzo della lista è un trombettista che
quando soffia nel bocchino lo fa con l'anima. Terzo, perché
Paolo Fresu non ama molto stare sul podio. Se fosse per lui, intimista
e delicato, eviterebbe fama e notorietà che però
l'inseguono e lo perseguitano. Così sulla pedana gli tocca
salire, che gli piaccia o no. Meglio però all'ultimo scalino
dove i riflettori accecano di meno.
Fresu, grande tromba jazz, suona per se stesso e scopre, forse con
rammarico, che
le sue note
incantano e piacciono.
Nel suo campo è il numero uno in tutta Europa. A Berchidda, suo
paese natale, non lo vedono quasi più. Fra tournée,
dischi, seminari, progetti multimediali è sempre in giro fra
Francia e Nord Italia. Sia ben chiaro, la lista, i numeri di
posizione sono solo un gioco. Servono per gusto e necessità di
scrittura, niente di più.
Non si possono fare paragoni fra un assolo di chitarra heawy metal o i gorgheggi di Elena Ledda. Capelli lunghi e neri, sguardo da gatta, Elena (come in ogni piazza della Sardegna tutti familiarmente la chiamano) rappresenta la cerniera fra il folk sardo e la world music. Elena Ledda viene dalla scuola tradizionale della musica in limba. Ha una voce ammaliante e potente. Quando ha incontrato Mauro Palmas (già dei Suonofficina) la sua ricerca musicale è andata oltre i sentieri già battuti.
Chitarre, violini, mandolini, flauti, sintetizzatori sono diventati
l'intrigante tappeto musicale delle sue produzioni ora pubblicate da
una casa discografica francese ed esportate in tutto il mondo. La sua
musica in sardo è andata oltre i circoli degli emigrati. E
siamo al numero cinque. Altro giro altro genere musicale. Lui di
sardo non ha molto. Una mamma, l'adolescenza e le vacanze fra
Villasimius e il Poetto. Si chiama Cesare Marcher (il papà Bob
è canadese) e a Londra ha trovato la chiave della sua vita.
Dee jay, produttore e musicista. Di lui si erano perse le tracce sino
al 1989 quando lo si è visto comparire sulla copertina di un
gruppo destinato a conquistare le classifiche dance di tutta Europa,
gli Stereo MC 's con i quali ha inciso una dozzina di singoli, quattro
video, e due elleppì. Da allora Marcher è stato
l'eminenza grigia di un certo filone di hip-hop londinese. Pump Up
The Volume (brano miliare) è una sua creatura in combutta con i
fratelli Young. I remix di Queen Latifah, Jungle Brothers, De La Soul
(con cui ha fatto la tournée del 1990), Nenè Cherry sono
suoi. Ha inciso dischi sotto il nome di Nebula, Axis, Ultimatum. Ha
guidato le sorti rap dei Sound Of Shabass e quelle r'n'b (insieme al
cugino Sergio Benoni) degli Index. Non c'è dee jay sardo che
possa vantare altrettanto.
Su una scia molto vicina, parliamo sempre di musica per far ballare.
Ci sono anche i W.A. Team. Fanno acid-jazz o meglio un buon funky
cadenzato da accenni fusion. Hanno tre anni di attività,
sognano un futuro migliore che i soliti concerti nei club di mezza
Italia. Un sogno che li accomuna agli amici-nemici Elora. Qui torniamo
ad accenti decisamente più funk-rock, quello che oggi viene
chiamato crossover. Hanno una marcia in più rispetto agli altri
gruppi emergenti. Valeria Sanna, una cantante da sogno. Per gli Elora
poi la musica è una questione di famiglia. Tre quarti del
gruppo è composto da due fratelli e una sorella. Vengono da una
famiglia oristanese con forti tradizioni musicali, i Martini.
Chi non ha tradizioni, chi non ha cultura se non quella della strada sono i Sa Razza di Iglesias. Più che un gruppo hip-hop, sono un dilemma. Non si capisce mai se ci sono o non ci sono. Si sciolgono, si ricompongono. Cambiano, aggiungono, epurano elementi alla velocità della luce. Si fanno rappresentare da mille manager, alla fine non si capisce mai qual è quello giusto. E a volte si divertono anche a cambiar nome. Di recente si erano persino divisi in due tronconi che si contendevano il nome. In mezzo a questo caos (la loro breve storia è degna di una telenovela) sono riusciti a realizzare le migliori produzioni rap in limba approdate in un singolo, una manciata di raccolte e decine di demo-tape.
Nove e dieci. Non sono i fanalini di coda perché la lista è di comodo. Uno è Davide Catinari, gli altri i Giseusaffrori. Cos'hanno in comune? Musicalmente nulla ma entrambi fanno musica perché si divertono un mondo. I Giseusu vogliono anche divertire gli altri (e ci riescono in pieno) con le loro canzoni demenziali, specchio della migliore verve umoristica cagliaritana. Davide Catinari, invece suona per suo piacere. Per lui è come una droga. Ha iniziato a 16 anni e non riesce più a smettere. Va dritto per la sua strada, non gli importa delle mode del momento nè degli umori del mercato. Così nella sua carriera ha collezionato grandi successi, momenti d'oro e periodi di silenzio e riflessione. Da un po' di tempo (dopo il suo cd) è sparito dalla circolazione. Pare stia preparando una nuova sorpresa.