Visitiamo un luogo ricco di testimonianze e denso di significati storici, sociali ed economici per questo paese che è nato dal mare e che da esso ha tratto le energie per il proprio sviluppo nel corso dei secoli sfruttando quella risorsa del mare che, con fasi alterne, ha sempre ricompensato gli sforzi e la fatica umana: il tonno.
Il luogo è di quelli che scuotono l'immaginario di ognuno di noi e proprio guidati dalla curiosità e dalle fantasie di un ragazzino, apriamo il grande portone della tonnara "Su pranu" di Portoscuso per visitare e lasciarci catturare, come lo è stato lui, da un ambiente unico, denso di suggestioni e che sembra uscire dai racconti, sempre troppo inverosimili, di vecchi uomini di mare.
Una piazzetta restaurata di recente, pulita, sulla quale domina la chiesa di S. Maria d'Itria, patrona del paese ma dove l'attenzione del visitatore è attratta da un antico portone nero sormontato dall'insegna marmorea di un casato nobile che quasi sfigura incastonato sulla facciata austera e spoglia di un edificio a due piani che getta la sua ombra su tutto il lato lungo della piazza. Sullo stemma campeggiano due "P" sormontate da una corona con aquila, simbolo del marchese Trivigno Pasqua Don Pietro Zatrillas che fu il primo proprietario della tonnara per averla acquisita nel 1654, o riscattata come riportato dai documenti dell'epoca, dal sovrano di Spagna Re Filippo IV.
Il complesso di edifici prosegue, senza soluzione di continuità, nelle due viuzze laterali e lascia intuire, a chi osserva da questa angolazione, tutta la sua vastità.
Seguendo il suo profilo a destra, si passa sotto un ponte coperto che mette in comunicazione il piano superiore dello stabile con la casa a due piani che è stata da sempre l'abitazione del rais, al piano superiore, e del sottorais al piano terra ed in cima alla quale è posta l'antica campana in bronzo, che veniva suonata, durante i periodi di mattanza, per radunare i lavoratori della tonnara e per scandire le fasi salienti dell'antico rito.
La viuzza che si diparte da questo portico, conduce ad una collinetta, da cui si domina tutto il paese e la sua costa con la rada di Portupalleddu, alla cui sommità si erge la torre spagnola fatta edificare, attorno al 1594, a difesa dagli attacchi pirateschi che i saraceni perpetuavano ai danni della tonnara e dei suoi abitanti, nonché dell'attività della pesca del corallo che veniva praticata nel tratto di mare tra Puerto Escusi (l'odierna Portoscuso) e l'isola di S. Pietro.
Ricordo ancora l'impressione che suscitò in me, da ragazzino, la prima volta che vidi quel nero portone, chiuso, sulla piazza del paese nel quale trascorrevo le mie vacanze estive. Incurante della calura estiva, andavo a curiosare dalle fessure degli infissi di quello stabile antico.
Il mio sguardo si perdeva nel buio impenetrabile di stanze, forse immense, nelle quali regnava il silenzio e un denso, fresco aroma frammisto di salsedine e umidità; cercavo di carpirne i segreti e mi lasciavo catturare da quell'atmosfera così particolare con i suoi silenzi e i suoi profumi.
In quei pomeriggi afosi mi facevano compagnia le cicale che accompagnavano col loro ritmo frenetico l'eco dello sciabordìo del mare sugli scogli del molo poco distante.
Sono passati degli anni da quei pomeriggi assolati e mentre mi
affaccio sul loggiato che si apre sul grande cortile interno, mi sento
assalire dalla stessa fanciullesca sensazione di curiosità.
L'immagine immediata che se ne trae è quella di un villaggio. Un grande complesso formato da diversi edifici tutti adiacenti fra loro formanti una pianta a "monastero" o a ferro di cavallo tutti comunicanti con l'ampio piazzale aperto a sud-est che digrada verso il mare lasciando spaziare lo sguardo fino all'orizzonte delimitato dalla sagoma delle due isole di S. Pietro e di S. Antioco. Edifici di epoche diverse rimaneggiati e restaurati nel corso dei secoli a testimoniare l'attività umana intensa e costante nel tempo.
L'ala centrale è formata da un corpo a due piani comunicanti esternamente tramite una scala in pietra e muratura che, dal loggiato del piano terra, permette di accedere al porticato del piano superiore sul quale si affacciano quelle che un tempo erano le abitazioni padronali e gli appartamenti degli ospiti illustri nel periodo della mattanza. Da questi locali si domina il cortile, denominato su pranu da cui il nome della tonnara, nel quale si svolgono tutti i lavori relativi alla grande pesca e dove veniva rimessato il barcareccio nel periodo di inattività; inoltre, dal lato opposto, si ha una veduta d'insieme della piazza del paese che rappresentava il fulcro della vita sociale dei suoi abitanti.
Gli edifici dell'ala destra ospitavano la chiesa, l'officina di carpenteria nella quale veniva assicurata la costante manutenzione al barcareccio e alle attrezzature da pesca, alcuni magazzini nei quali oggi trova posto quanto resta delle vecchie reti del calato e quant'altro appartiene alla società proprietaria degli immobili.
La chiesa mantenne la sua funzione pubblica durante il primo secolo di vita del giovane paese, sorto intorno alla tonnara come semplice agglomerato di baracche abitate stagionalmente dai pescatori, fino al 1655 anno in cui venne terminata la costruzione della nuova parrocchia intitolata a S. M. d'Itria. Ma anche dopo tale data essa mantenne la sua centralità religiosa nei secoli seguenti durante i periodi in cui fervono i preparativi e durante lo svolgimento della mattanza.
Oggi è adibita a magazzino delle nuove reti e di tutto il
materiale d'uso e consumo per l'attività di pesca gestita,
attualmente, dalla cooperativa Su pranu.
Sul lato sinistro del piazzale si affaccia una costruzione abbastanza uniforme e dalla tipologia costruttiva non differente da quella dell'intero complesso e di altre abitazioni della stessa epoca ancora esistenti nel centro storico del paese. Un ampio portale privo di infisso permette di accedere al suo interno dove è stato sistemato, ad eccezione dei vascelli, ciò che resta del barcareccio: alcune bastarde, la musciara del Rais e i barbaricci.
Il locale è quasi identico, nella struttura, alla chiesa della tonnara con i robusti archi di pietra e la copertura a doppia falda col suo intreccio di travetti in ginepro, il pagliericcio e i coppi sardi che nonostante l'età, le ingiurie del tempo e la totale assenza di manutenzione resiste e svolge il suo compito su gran parte della superficie. Nei punti in cui il tetto ha ceduto si sono aperti numerosi squarci dai quali filtra il sole nelle diverse ore del giorno facendo assumere all'ambiente e agli oggetti in esso contenuti, una strana atmosfera.
Un profondo senso di religiosità traspare da questa
struttura. Trasuda salsedine e umidità, ma soprattutto lavoro,
duro e faticoso, di gente di mare che si è affannata nei secoli
per edificare, plasmare ogni cosa come se ogni oggetto uscito da
quelle mani e partorito da tanta maestria, dovesse durare nel tempo e
forse più di esso.
Quei grandi archi sorreggono muri spessi in pietra e malta aperti ad intervalli regolari da finestre dalle quali lo sguardo spazia sull'ampio piazzale e nelle quali una solida quanto antica grata, anch'essa di ginepro, delimita lo spazio esterno da quello interno, quasi a voler impedire a quella magica atmosfera che vi regna di uscire e disperdersi ma lasciando che i raggi del sole al tramonto illuminino le sagome scure delle grosse barche adagiate in terra e riverse su un fianco.
C'è un silenzio quasi rispettoso del riposo al quale si abbandonano i ricordi e i sogni. Un silenzio scandito e accompagnato dal suono della risacca sulla battigia dello scalo dei vascelli.
Mi lascio assorbire da questa atmosfera, mi muovo con calma, come per non voler rompere o disturbare questo equilibrio fatto di luci e ombre, di silenzi e rumori lievi, ma sempre naturali, mentre cerco di imprigionare, con la macchina fotografica, quante più immagini mi è possibile nel tentativo vano, forse, ma cosciente, di conservare questa delicata atmosfera.
Mi chiedo per quanto tempo ancora questo luogo preserverà questi tesori, questi segni della laboriosità, della fatica e della maestria umana, prima che qualcuno deciderà di ridare vita ai ricordi, nella convinzione che essi sono le radici della cultura e del progresso futuri....?
Quanto tempo passerà ancora prima che qualcuno, senza ricordi e senza radici ma con la presunzione di avere il futuro in mano, deciderà che questa robaccia va eliminata per lasciare spazio al progresso...?
Può esistere progresso senza la cognizione e la coscienza del nostro passato...?
Intanto il sole si staglia ormai contro la sagoma scura dell'isola di S. Pietro e qui dentro i suoi ultimi riflessi d'oro disegnano i contorni dei canapi che pendono dalle travi; ogni oggetto viene assorbito dalla penombra come se tornasse nell'elemento che lo ha generato e al quale appartiene.
Sono tornato varie volte e ho trascorso intere giornate in quei luoghi, per cercare di imprigionare nelle mie immagini un po' dei miei ricordi, delle mie sensazioni più profonde con l'illusione, forse, di fermare il tempo e la sua opera di mutazione ma col desiderio di poter trasmettere tutto ciò a tutti coloro che non hanno mai passato le ore ad ascoltare quei silenzi e a scrutare il buio di quelle stanze.
Mi affaccio dal molo del porticciolo dal quale si scorgono le sagome scure dei "barconi della mattanza" spuntare appena dalla penombra dell'ampia rimessa coperta che si apre sul mare con tre grandi archi. Respiro la brezza leggera, fresca e satura dell'odore del legno e del cordame impregnati di salsedine.
E' una mattina luminosa e un'aria tersa e profumata di mare dà risalto ai contrasti tra luci e ombre. Il sole sfonda il tetto in numerosi punti disegnando macchie di luce sul legno dei vascelli. Stanno qui dentro da diversi anni ormai e l'assenza di attività e di manutenzione sommata all'incuria degli uomini hanno trovato un valido alleato, per il loro lento disfacimento, nell'aria salmastra del mare che li lambisce da vicino quando, nelle giornate di forte maestrale, la spuma della risacca si spande fin sotto gli archi della rimessa.
Prore che si protendono verso il mare, sagome tozze eppure slanciate e
possenti al tempo stesso, sembrano giocare a farsi scoprire nel
ritmico susseguirsi di archi e colonne. Chiglie nere di pece, legni
antichi che scuotono l'immaginario per poter trasmettere sensazioni ed
emozioni che rievocano storie di mare, mattanze dure e faticose che
regalavano amarezze ma anche gioia ed euforia a quegli uomini in
eterno conflitto con gli elementi naturali. Un tempo strumenti di
lavoro, fatica e morte; oggi, forse, solo testimoni inerti delle
vicende umane che li trovano inutili ed ingombranti .
Faccio queste considerazioni mentre attraverso il cortile per andare a visitare alcuni magazzini dell'ala destra dello stabile.
Di fronte a me un vetusto portone in legno.
Un anta è fissa, spinta contro i montanti da una spranga in ferro coperta da uno spesso strato di polvere e ruggine. Spingo con cautela l'anta mobile, senza spalancarla ma aprendomi uno spiraglio sufficiente per introdurmi nel locale che sembra conservato da tempo immemorabile in una immobilità che permea anche l'aria che si respira nel suo interno.
E' un lungo stanzone con le pareti e la volta a botte. Mi fermo un attimo mentre la vista si abitua alla soffice penombra e l'olfatto si impadronisce di quell'aroma denso di salsedine e umidità, ormai così familiare, che sembra esalato come un respiro lieve dalle vecchie reti ammassate lungo l'angolo sinistro del locale e dalle matasse di corde accatastate dalla parte opposta.
Una luce morbida lo invade debolmente; mi accorgo che non proviene solamente dallo spiraglio dal quale sono entrato e che mi sono lasciato aperto alle spalle, ma dall'angolo in fondo a sinistra.
C'è una piccola apertura ad arco, che trapassa lo spesso muro, dalla quale si accede ad un locale di fattura pressoché identico al precedente ma più piccolo. Un fascio di luce penetra dalla minuscola finestrella protetta da una solida grata di travetti di ginepro, sfibrati dal sole e dal sale trasportato dal vento . Cammino sulle gomene accatastate e ammassate con ordine sul pavimento, che sembrano animarsi di vita quando, colpite dai raggi di sole, spandono il loro riflesso nell'ambiente circostante rendendo la luce morbida e ovattata.
Da quella finestra si vede il cielo e giunge l'eco della risacca del mare che si spande nel piccolo ambiente come la salsedine che si appiccica sulla pelle. Mentre assaporo questa atmosfera e ascolto tutte le sensazioni che mi trasmette, osservo la crosta di sale depositato sui sassi delle pareti e mi rendo conto che la natura compie il suo corso con una misura del tempo che noi abbiamo perso.
Mi richiudo la porta alle spalle.
Il sole inonda il piazzale e la sua luce mi sembra quasi esagerata; accanto a me centinaia di ancore, vecchie e nuove, allineate con ordine affianco alle barche che anche quest'anno scenderanno in mare per la mattanza
Ho terminato la mia visita all'antica tonnara di Portoscuso. E' stata una visita ai luoghi della memoria. Mi è stato possibile vedere e fotografare solamente una parte, quella centrale, il cuore dell'intero complesso poiché la gran parte degli edifici che lo compongono sono ormai fatiscenti e versano in uno stato di totale abbandono
Il mio auspicio è che il passato che essi ci narrano abbia la sua continuità col presente attraverso il loro completo restauro ed il recupero totale delle tradizioni e delle capacità umane e professionali ad essi legate e facenti parte del bagaglio culturale e sociale del paese.
I luoghi della memoria hanno significato e trovano la loro giusta collocazione nella misura in cui il nostro passato ci aiuta a vivere, capire il presente e inventare il futuro senza negare le origini culturali e sociali o disperdendo il bagaglio di esperienze e conoscenze che da esse derivano.
Desidero rivolgere un particolare ringraziamento ai soci della cooperativa "Su pranu" di Portoscuso ed al loro presidente sig. Lugas per la disponibilità dimostrata e per avermi concesso massima libertà di movimento all'interno degli edifici della tonnara, permettendomi di realizzare questo servizio. Nonché all'associazione pro loco; in modo particolare al presidente sig. Loddo per la concessione delle foto di repertorio e alle sigg.re Adele Minasso e Rita Loddo per le informazioni di carattere storico e sociale, relative all'attività della pesca del tonno a Portoscuso dalle origini ai giorni nostri.
Vorrei rivolgere, inoltre, un encomio particolare all'associazione tutta, per il lavoro di ricerca storico sociale volto ad un recupero totale delle tradizioni viste nell'ottica dello sviluppo economico del paese.
La mattanza, strano connubio tra terra e mare. La si potrebbe
paragonare più ad un "raccolto" che ad una pesca. L'uomo,
animale terrestre per eccellenza, incontra il mare attraverso un rito
quasi religioso eppure così pagàno per la cruenza del
suo cerimoniale perpetuato nei secoli sempre uguale e meticoloso nei
metodi e nei tempi.
Un rito antico forse quanto la capacità umana di saper trarre dall'ambiente che lo circonda tutto ciò di cui ha bisogno per sopravvivere.
I preparativi della mattanza iniziano a febbraio. Si comincia con un inventario di tutto il materiale d'uso e consumo, si verifica lo stato del barcareccio, delle attrezzature e delle reti fino al momento decisivo della messa in mare del calato che avviene, approssimativamente, alla fine di aprile.
(...)Il calato è l'insieme delle ancore e delle reti che formano una gigantesca struttura che va dal fondo del mare alla superficie(...)
Così Giuseppe Conte nel suo "Addio amico tonno" (ed. La Torre), descrive le attrezzature utilizzate per la pesca del tonno, spiegando in maniera esauriente l'antica tecnica ancora in uso nelle uniche due tonnare rimaste attive in Sardegna: Portoscuso e Carloforte.
(...)La tonnara rimane in pesca dai primi di maggio sino alla festività di S. Pietro (29 giugno), ma il periodo centrale della pesca era dalla seconda settimana di maggio alla prima settimana di giugno(...)L'insieme delle reti forma una grande gabbia subacquea "l'isola" che va restringendosi dal centro verso i lati estremi, rispettivamente chiamati "Testa di levante" e "Testa di ponente" (dove è sistemata la camera della morte, n.d.r.).
La prima operazione del calato è la "croce", cioè la sistemazione del punto di contatto tra coda e isola(...)
L'isola, che possiamo definire per semplicità descrittiva il "corpo" vero e proprio della tonnara, è diviso in camere che possono essere cinque o sei e sono sempre sistemate parallelamente alla costa alla quale sono ancorate tramite una serpentina di rete a maglia larga lunga, mediamente, 1500 metri: la coda che ha il compito di sbarrare il percorso ai tonni.
E' noto che il tonno percorre la sua rotta, che lo porta nei siti riproduttivi, costeggiando la Sardegna occidentale. Nuotando sottocosta in direzione Nord - Sud, mantiene costantemente il fianco sinistro rivolto verso la terraferma. In questo modo, incontrando lo sbarramento di rete e dovendo mantenere inalterata la propria direzione di nuoto, si dirige verso le camere dell'isola.
Tutte le camere sono in comunicazione per mezzo di porte che possono essere aperte o chiuse secondo le esigenze e il numero di tonni presenti nella tonnara.
(...)Mediamente le maglie delle pareti (dell'isola, n.d.r.) hanno 25 cm di lato(...) La camera della morte deve avere strutture più robuste sia per impedire la fuga dei tonni sia per contenere la forza eccezionale che i pesci dimostrano prima di morire.
Il fondo della camera contiene il "corpus", rete mobile che viene lentamente sollevata al momento della mattanza(...)
Il corpus solleva il branco dei tonni imprigionati nella camera della morte, fino al momento della mattanza. La fase del sollevamento rappresenta un momento importante, carico di tensione, emozioni e aspettative.
(...)L'ultima operazione del calato è la sistemazione del corpus(...)e viene calato quando si comincia a segnalare la presenza dei pesci(...)
Da qui in avanti e per tutto il periodo in cui le reti stanno in mare, ogni giorno può essere favorevole per effettuare la mattanza. Sarà il rais a decretare il momento più favorevole in qualità di responsabile assoluto dell'intera tonnara e di tutto ciò che concerne le operazioni di preparazione, di calato e di pesca.
Giunto il fatidico giorno, la ciurma al completo si reca sul posto a bordo del barcareccio prima del sorgere del sole.
(...)Solo la musciara del rais e due bastarde entrano nell'isola. Le bastarde si ormeggiano davanti alle "porte chiare"(scomparti che dividono le ultime due camere), la musciara comincia a muoversi lentamente per la varie camere. Tutto in mezzo ad un assoluto silenzio(...)
Tutto il rituale si svolge secondo un cerimoniale preciso e rigido, scaturito e affinato da secoli di attività durante il quale ha grandissima importanza il momento della preghiera; momento in cui convivono fino a fondersi assieme, l'aspetto ancestrale del rito propiziatorio e quello religioso cristiano del ringraziamento.
(...)Quando il sole comincia ad apparire all'orizzonte, liberando gli uomini dal freddo dovuto alla forzata immobilità, il rais si alza in piedi invitando la ciurma alla preghiera(...)a ripetere le invocazioni che sono la testimonianza di una storia antica(...)
Quando tutto è pronto e il rais dà il comando, si mollano a fondo le "leve" (ossia le porte delle camere) facendo affluire il branco dei tonni all'interno dalla camera della morte. Mentre vengono compiute queste operazioni, il rais tiene costantemente sotto controllo i movimenti dei pesci e quando questi sono passati, ordina di fissare definitivamente le leve per impedirgli di uscire dalla camera.
Il barcareccio prende posizione formando il quadrato attorno alla camera della morte. Il caporais si ormeggia all'esterno del corpus e dalla parte opposta il vascello; ai lati si ormeggiano le bastarde, i palischermotti e la musciara. Intanto il rais, a bordo del barbariccio, entra nel quadrato.
Ha inizio la fase successiva che consiste nel sollevamento del corpus. I tonni vedendo lo spazio restringersi attorno cercano si fuggire e salgono in superficie. Durante questa operazione il quadrato si restringe e le prime bastarde vengono spostate alle palle del vascello.
Ad un tratto il rais, che ha valutato la quantità di pesci, ordina di interrompere il sollevamento e di bloccare il corpus. Segue una pausa di tempo utile per sfiancare i tonni; attimi in cui gli animi dei tonnarotti si accendono e l'aria si riempie di tensione.
(...)Il tonno ha uno sguardo intenso, gli occhi molto grandi, quasi dilatati, teme qualsiasi ombra perché vede le immagini confuse, ingigantite; avverte il pericolo quasi come un essere umano(...)Quando i tonni perdono l'acqua, richiamano le esigue energie.
Il frastuono diventa enorme. Nugoli d'acqua ricadono sui tonnarotti(...)I pesci cominciano a cozzare gli uni contro gli altri e la superficie spumosa si colora di rosso(...)
Così Giuseppe Conte descrive i momenti che preludono la pesca vera e propria che inizia al fischio del rais, quando, nel turbinìo d'acqua, tra le urla e gli incitamenti, i crocchi dei tonnarotti cominciano a catturare le prime prede. In breve tempo il mare, all'interno del quadrato, assume la colorazione cupa dei pesci e del sangue che scende copioso sui loro corpi guizzanti mentre vengono arpionati, issati con forza e gettati nella stiva del vascello.
E' una "battaglia" che si protrae per alcune ore, a seconda del numero e della mole dei tonni presenti nella camera. Quando questi sono grossi ed il loro peso supera i due quintali, occorrono forza e decisione nei movimenti da parte dei tonnarotti che devono fare ricorso a tutta la loro esperienza e maestrìa per issare a bordo le prede senza farsi sorprendere dai potenti colpi di coda sferrati con improvvisi guizzi nel tentativo di sfuggire alla presa degli acuminati crocchi.
Quando la mattanza ha termine, resta uno scenario quasi irreale
(...)Spente le grida e il frastuono, regna la calma, il mare è rosseggiante ed una scia di bonaccia si allontana dal quadrato seguendo la corrente(...)
Il rais controlla lo stato del corpus prima che lo si cali nuovamente sul fondo in vista della mattanza successiva e le imbarcazioni ripartono coperte dai teli per proteggere dalla calura il pescato.
Gesti che si ripetono diverse volte nell'arco di una stagione di pesca, sempre gli stessi, da tempo memorabile, eppure sempre così attuali.
Questo è, in sintesi, il rito della mattanza che impegnava uomini e mezzi, oltre che in mare, anche a terra dove veniva preparata, seguita durante le fasi salienti e dove terminava, con le complesse fasi della lavorazione e della conservazione del tonno che si svolgevano negli stabilimenti della Punta, nell'isola di S. Pietro nei quali oggi regna l'abbandono e l'incuria più totale. Ma di questo parleremo un'altra volta.
La tonnara, quindi, non era solo la pesca del tonno ma un'attività complessa che richiedeva e impiegava al meglio tutta la maestria umana espressa in una moltitudine di professioni diverse, che trovavano impiego durante tutto l'anno, anche nei periodi di inattività tra una stagione di pesca e l'altra, proprio per la complessità della tonnara stessa e per la minuziosità con cui andava preparata e gestita fin nei minimi particolari.
In questi ultimi anni, si è potuto assistere ad una
rivalutazione del cerimoniale della mattanza e ad un recupero, anche a
fini economici oltre che turistici, dell'intera attività della
tonnara.
E' l'augurio che tutto ciò possa essere l'inizio di una nuova era sociale sulle orme di un passato che non sia da considerare come tale e fine a se stesso, ma un tutt'uno col presente e col futuro.