TRADIZIONI POPOLARI

Le radici d'oro

di Luciana Basciu


Ogni tanto decidiamo di andare in campagna per rilassarci e camminare un po'. Ma, ormai, molto spesso incontriamo campi incolti e pietraie desolate, con appena un po' d'erba,rada come la barba che spunta ai ragazzini. Ci guardiamo intorno e proviamo un senso di disagio, avvertiamo la mancanza di qualcosa. E il "qualcosa " spesso appare all'improvviso: un vecchio splendido albero che si staglia verso il cielo.

Avvicinandoci vediamo le cicatrici della sua vita tormentata. Ci dicono che ha resistito a tutto: pioggia, vento, sole. A volte anche ai nemici piú tremendi:le furie cieche e stupide degli uomini e del fuoco.

img Se l'albero potesse comunicare con noi, e, a suo modo lo fa, ci direbbe che il segreto della sopravvivenza sta nelle radici. Radici profonde, che, un giorno dopo l'altro, sono riuscite ad arrivare sino all'acqua chiara e dolce custodita da pietre antiche. Poi, se la stagione sará favorevole, l'albero dará fiori e frutti.Ma, anche nelle annate peggiori, continuerá caparbiamente a vivere, grazie a queste riserve nascoste. Esiste certo una somiglianza tra noi sardi, esternamente cosí rigidi e coriacei e i grandi alberi. Anche noi, come loro, viviamo grazie a radici antiche. Solo che le nostre sono immateriali come raggi di luce, e vanno dal profondo della nostra anima a quelle dei padri e delle madri.

Sono radici d'oro, come l'oro che ricopre i vestiti delle feste. L'oro antico, o rifatto sul disegno di quello antico, tramite tra noi e chi ci ha tramandato, con amore, questa ereditá. Abbiamo sete di cose belle e di sicurezza, lo scintillio dell'oro di casa ci rassicura come la luce di un faro durante un temporale. E, probabilmente, esiste un nesso logico tra l'attuale periodo di crisi e la riscoperta delle feste patronali un po' in tutta l'isola.

Nei giorni di festa anche chi vive o lavora "fuori" ritorna. Vediamo persone di ogni etá, spinte dalla devozione o dal desiderio di sentirsi integrate in un tessuto sociale che, nelle cittá, è ormai degradato. Per un giorno magico, anche le persone piú gelidamente razionali tolgono la maschera. E rivediamo le dame e i cavalieri di un tempo perduto, o creduto tale. Il tempo sospeso tra fiaba e sogno, custodito nell'anima del bambino che continua a vivere in ognuno di noi.

Cosí riscopriamo il senso del giorno di festa come momento d'interruzione della fatica quotidiana. Niente, infatti, potrebbe sottolinearlo meglio dei vestiti sontuosi e severi, delle strade cosparse di fiori e foglie profumate, delle facciate ricoperte di drappi ricamati.

img Secondo le antiche usanze, chi partecipa a questi riti è l' "interfaccia" fra la comunitá e la divinitá. Deve quindi portare molto oro addosso, per riguardo a chi si rivolge, e non puó toccare terra (quindi cammina sui fiori), sinché ricopre questo ruolo. Mi piace vedere nella riscoperta di questi rituali, un'affermazione di speranza in un futuro vivibile. Nonostante si viva in una societá, tutto sommato bizzarra, che tutela (giustamente!) chi è sfortunato, ma anche il giovane delinquente. Peró, poi,trascura chi si è comportato sempre bene, scoraggiandolo.

Per troppo tempo le parole "gioia" e "bellezza" sono state considerate in modo distorto. Partecipando alle feste di paese, di persona, o attraverso le immagini, anche raccolte a caso, si nota una bellezza non sempre con canoni classici, ma sempre ricoperta dalla luminositá della gioia. Vediamo anche rinascere, spontaneamente, la lingua di un popolo.

Una limgua fatta non solo di parole, ma di tanti piccoli particolari, come i pani decorati, gli spari per mandar via gli spiriti, le dita sporche di torrone, i tacchi alti per le ragazzine che non li mettono mai, e tante altre cose.Quello che piú consola è che negli occhi della gente è riapparsa la capacitá di sognare costruttivamente, e di accettare il rischio per realizzare i sogni. I vestiti d'oro sono un po' come capsule spaziali, che, per un giorno, permettono alle nostre anime chine e inaridite di raggiungere la falda della comune coscienza antica.

Lí riprendiamo contatto con noi stessi, e torniamo indietro rinnovati, perché quest'acqua lava via anche certi nostri atteggiamenti autolesionisti. Come quando nostra nonna ci puliva le mani dalla marmellata, perché potessimo fare i compiti. Chi di noi si è sentito solo, si accorge di non esserlo piú. Abbiamo come compagni di strada, non solo i nostri coetanei che vediamo, ma anche i ricordi e le speranze di chi è vissuto prima di noi, o non vive ancora. Perché le radici d'oro dei nostri figli siamo noi.

Credo che perché una persona si realizzi armoniosamente, non debba essere voluta e amata solo dai suoi genitori. Ciascuno, in un certo senso è parente di una comunitá intera. E vive anche grazie al sostegno, ed allo stimolo di tutti. Come gli alberi cresciuti sulle scarpate che si sostengono l'uno con l'altro. Ancorandosi alla terra con legni nodosi come le mani dei vecchi. Le radici della coscienza, intervengono anche con noi. A sorreggerci nei momenti di smarrimento, a fare contorno alla nostra gioia, e a schermare il dolore quando cadiamo.

Mi auguro che questa idea venga condivisa da molti altri, cosí si riuscirá anche a tutelare il patrimonio che abbiamo, e che rischiamo di dilapidare come imbecilli.

Perché chi non rispetta l'ambiente che ha ereditato, sará sempre un peso ed un pericolo per la comunitá che lo ospita. Sino a quando?