CULTURA

Il sardo più vecchio ha 8.500.000 anni

di Giuseppina Marras

foto di Nicola Marras


Non è facile immaginare, nel 2000 d.C., quali fossero le condizioni ambientali della nostra isola milioni e milioni di anni fa. Mi riferisco all'Era Terziaria o Cenozoica ossia da 65 a 2 milioni di anni da oggi. Possiamo immaginare che, sicuramente, in quell'epoca la situazione era molto diversa da quella attuale, non solo dal punto di vista climatico, faunistico e ambientale, ma la stessa crosta terrestre appariva d'aspetto assai differente da quello che oggi noi conosciamo.

È in questo periodo che comincia a prendere forma la nostra isola, o meglio, è in questo periodo, che il blocco unico formato dalla Sardegna e dalla Corsica si stacca dal continente europeo, dalle coste provenzali alle quali precedentemente era unito e mediante rotazione antioraria si avvicina alle coste tirreniche della Penisola Italiana, per far parte anch'esso di una sorta di arcipelago formato da isole separate da un mare poco profondo.

All'inizio dell'era la Sardegna fu interessata da fenomeni di subsidenza, che causarono delle depressioni tettoniche lungo la linea Nord-Sud. L'isola venne in parte invasa dal mare, cosicché risultava formata anch'essa da isolotti vicini ma separati fra loro: la Nurra, la Gallura, il Sulcis, l'Iglesiente, la dorsale orientale formavano questo arcipelago.

L'Era Cenozoica può considerarsi un'era rivoluzionaria, in cui si ha un rinnovamento per quanto riguarda la flora e la fauna: in modo particolare questo periodo vede la scomparsa dei grandi rettili che lasciano il posto agli animali a sangue caldo, i mammiferi che, nel corso dei millenni conquistarono la terra.

A questo proposito risulta estremamente interessante la scoperta del giacimento paleontologico di Fiume Santo.

img Il rinvenimento, come tanti altri, è avvenuto quasi per caso, in seguito agli scavi per la realizzazione di un inceneritore dei rifiuti, nei pressi della centrale termoelettrica di Fiume Santo, a pochi chilometri da Porto Torres.

Due amatori, dottor Mario Doria e Marzio Lamberti, raccolsero dalla zona dei piccoli frammenti ossei che consegnarono al professor S. Ginesu e alla dottoressa S. Sias della Facoltà di Scienze Naturali di Sassari, i quali da tempo studiano i sedimenti geologici della zona. I reperti, analizzati in collaborazione con l'Università di Liège ed in particolare col paleontologo professor J.M. Cordy hanno manifestato presto la loro identità e la loro età: 8,5 milioni di anni circa, corrispondente al Miocene superiore, verso la fine dell'era Cenozoica.


img Fra i reperti si riconobbero resti di un'antilope di origine africana, Maremmia lorenzi, l'unica finora rinvenuta in Sardegna, nonché di coccodrilli e bovidi già noti nell'isola.

Malgrado si tratti solamente di piccoli frammenti ossei, per lo più denti isolati o, nel caso dell'antilope di denti e mandibole (una con tre molari e l'altra col II e III molare), la scoperta si è mostrata assai rilevante, soprattutto per il fatto che essa fornisce notizie relative alle condizioni climatiche. Si tratta di fauna di tipo africana che indica un clima molto più caldo di quello attuale e, certamente, anche più umido.

La conferma di tali condizioni ambientali risulta provata anche dagli studi geologici dei sedimenti analizzati (presenza di resti vegetali ferrettizzati, strati carbonatici, di ferro e manganese) nonché dai resti vegetali, tra i quali sono riconosciute piante tipo mangrovie oggi presenti in zone lagunose e paludose equatoriali e sub-equatoriali. La stessa presenza dei coccodrilli conferma l'ambiente fluvio-deltizio.


img Si potrebbe quindi immaginare Fiume Santo costituito da un corso d'acqua dove nuotavano i coccodrilli, una zona collinare con foreste e radure erbose dove vivevano le antilopi e i bovidi rinvenuti.

In questo ambiente trova spazio anche "Proto". La scoperta dunque, già interessante di per sé, si amplia con un nuovo ritrovamento, un Primate evoluto, L'Oreopitecus bambolii, una piccola scimmia antropomorfa battezzata Proto.

I resti rinvenuti consistono in un frammento di mandibola col III e IV premolare ancora in sito e qualche dente sparso isolato che, venuti in luce a 5 metri di profondità, si sono conservati fortunatamente in ottime condizioni grazie all'indurimento dei sedimenti.

L'Oreopitecus bambolii è, a quanto pare, poco conosciuto finora nel mondo. Unico sito certo, a parte la recente scoperta sarda, è quello toscano di Monte Bamboli presso Grosseto, in cui nel 1858 si rinvenne uno scheletro completo di Oreopiteco, i cui resti si presentavano però schiacciati e disseminati entro ligniti lacustri.

Si hanno altre notizie, rivelatesi poco affidabili, che si riferiscono al rinvenimento di simili scimmie nella Moldavia russa e in due siti africani, Fort Ternan e Makobo Island.

Il giacimento paleontologico di Monte Bamboli, descritto inizialmente da Gervais nel 1872, venne attribuito dal professor Hurzeler, nel 1965, al ramo delle scimmie antropomorfe per alcuni caratteri morfologici particolari: innanzitutto per la dentatura che, come risulta confermato dal ritrovamento di Fiume Santo, è costituita da premolari inferiori bicuspidati e non settoriali, nonché omomorfi, caratteristiche riscontrate nei primati fossili evoluti.


img Il ritrovamento toscano ha inoltre rilevato: l'assenza dei diastemi, presenti invece nelle scimmie comuni, tra premolari, canini e incisivi; sínfisi del mento simile a quella del genere Homo, faccia breve, ortognata e, quindi con prognatismo meno accentuato rispetto alle scimmie precedenti, ossa nasali prominenti; le cinque vertebre lombari robuste e bacino relativamente largo e breve.

Tutte queste caratteristiche fanno classificare l'Oreopitecus bambolii come una scimmia antropomorfa, quindi un primate prossimo alla linea evolutiva degli Ominidi.

La morfologia del bacino e del femore suggeriscono che l'Orepiteco aveva un'andatura bipede e poteva camminare in posizione eretta con gli arti posteriori; gli arti anteriori, ancora relativamente lunghi, dimostrerebbero una vita per lo più arboricola. Il nostro Oreopiteco, come quello di Monte Bamboli, doveva avere un'altezza di circa metri 1-1,10 e un peso di 30-40 chilogrammi.

L'interesse legato a questo genere di scimmia è dato dal fatto che essa può essere considerata come un anello di congiunzione tra gli Ominidi oligo-miocenici e quelli quaternari; a parte questo si tratta di un primate originale appartenente ad una linea evolutiva indipendente, ma parallela ai Primati antropomorfi, staccatasi dalla linea principale degli Ominidi nel Paleogene ed estintasi probabilmente nel Pliocene. Questa separazione ha fatto in modo che esso assumesse dei caratteri morfologici particolari, comunque sempre orientati in direzione umana. Alcuni caratteri della dentatura, singolari ed originali, indicano, infatti, che l'Oreopiteco differiva sia da altri primati contemporanei del Miocene, sia dagli Ominidi più evoluti africani (Australopiteci).

Un antenato della nostra scimmia è stato riconosciuto nel Nyanzapithecus nel Lago Vittoria in Kenya, datato intorno a 14 milioni di anni fa, un quadrupede che poteva raddrizzarsi in piedi e aveva dei caratteri particolari nella dentizione.

Ma come è giunto a noi dall'Africa questo primate? Il Nyanzapithecus risalito verso nord, nelle coste tunisine, avrebbe verosimilmente attraversato dei ponti naturali giungendo in Sardegna e Toscana.

Si ipotizza infatti che la Sardegna fungesse da "ponte" tra l'Africa e quella terra che sarà poi la Toscana (Thaler 1973). Quest'ultima regione non risultava essere nella posizione in cui oggi la conosciamo, ma probabilmente anch'essa faceva parte di quel grande arcipelago tirrenico di cui si è parlato in principio; in seguito l'isola fu inglobata dalla penisola che le stava ad est.

In questo caso risulterebbe assai probabile che il primate di Fiume Santo sia più antico di quello toscano; entrambi, inoltre, a causa della loro insularità hanno sviluppato caratteri particolari non riscontrabili nei primati del resto dell'Europa miocenica.

La seconda ipotesi (Azzaroli et alii 1987) vede invece la Tunisia in diretto contatto col Tirreno orientale, con la Sicilia e, quindi, la Toscana occidentale, dalla quale la Sardegna era raggiungibile attraverso la Corsica settentrionale.

Allo stesso modo devono essere giunti a noi gli altri animali rinvenuti e, certamente l'antilope, di certa origine africana.

Si è fatta molta strada da quando comparve l'Aegyptopithecus, un primate superiore di 34 milioni di anni da oggi che possedeva già dei caratteri particolari nella dentatura, nel condotto uditivo e nella morfologia facciale diversi da quelli delle scimmie comuni, ma dovranno trascorrere ancora oltre sei milioni di anni per giungere al primo essere classificabile nel genere Homo, l'Homo abilis, un vero e proprio ominide, bipede in senso stretto, onnivoro e con un encefalo più grosso che gli permetteva di creare strumenti litici e, quindi, adattarsi all'ambiente circostante.



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